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GRUPPO DI LETTURA

  • E’ un gruppo di lettura aperto a tutte/i , in presenza
  • Si leggono libri di autrici e autori latinoamericani (ispanofoni o lusofoni)
  • Tutti I libri scelti saranno facilmente reperibili sia in italiano sia in lingua originale a costo ragionevole
  • I volumi da leggere vengono proposti e votati dai partecipanti agli incontri
  • Gli  incontri si svolgono nella sede del Colegio di Salamanca in via Arcivescovado 1, Torino, primo piano (salvo diversa indicazione)
  •  Gli incontri sono bimestrali
  • Per ragioni organizzative, si chiede di registrare la propria venuta via mail all’indirizzo cienlibrostorino@gmail.com o chiedendoci di essere aggiunti all’apposita chat WhatsApp che verrà creata successivamente al primo incontro
  • La partecipazione è gratuita per tutto l’anno : si richiede solo dal secondo incontro cui si partecipa l’adesione come socio all’ Instituto de Cultura Latinoamericana (quote a partire da 20 come socio ordinario, euro 15 per i soci con meno di 25 anni)

IL PROSSIMO INCONTRO DEL GRUPPO E’ FISSATO IL

in sede , Via Arcivescovado 1, primo piano – Scala C

Juan Rulfo nasce a Sayula, in Messico, nel 1918, in una famiglia agiata. Quando ha cinque anni, i «cristeros», fazione cattolica che contestava le leggi anticlericali della rivoluzione, uccidono suo padre; quando ne ha nove, la madre muore per un attacco di cuore; il piccolo Juan cresce in un orfanotrofio di Guadalajara. Compiuti gli studi medi superiori, si trasferisce a Città del Messico e nel 1936 trova lavoro come funzionario statale all’Ufficio emigrazione. Nel 1944 fonda la rivista letteraria «Pan». Nel 1948 cambia impiego diventando rappresentante di pneumatici. Nel 1952 ottiene una borsa di studio della Fondazione Rockfeller che gli consente di dedicarsi per alcuni anni alla scrittura letteraria. L’anno seguente pubblica la raccolta di racconti El Llano en llamas. Nel 1955 pubblica Pedro Páramo. Nel 1963 è assunto all’Istituto nazionale per gli studi indigeni, di cui diventa poi direttore. A partire dagli anni Sessanta diventa uno degli scrittori-culto della letteratura ispano-americana. Nel 1980 esce la sua terza opera, Il gallo d’oro, un racconto lungo scritto originariamente per il cinema. Muore a Città del Messico nel 1986. I libri di Rulfo sono tutti e tre pubblicati nelle Letture Einaudi.

© Giulio Einaudi editore

Juan Preciado torna a Comala a cercare il padre, Pedro Páramo, che non ha mai conosciuto. Ma Comala è un paese di ombre: molte voci, molte storie, e tutte sembrano provenire da un altrove misterioso. Juan Preciado dice: «Vedo cose e gente dove forse voi non vedete nulla». Ma il discrimine tra cose, gente e nulla è molto difficile da percepire e lui stesso è destinato a confondersi nel mormorío generale. Nessuno come Rulfo ha saputo rendere la coesistenza di passato e presente, della vita e della morte, raccontare il tempo come eterno e immobile in cui tutto ciò che sta succedendo è già successo. Anche per questo è stato ammirato da Borges, García Márquez e Cortázar. Di certo Pedro Páramo è considerato il punto di svolta della narrativa ispano-americana del Novecento.

Con Pedro Páramo, Juan Rulfo annuncia il modo attraverso cui la cultura di un intero continente trova forse per la prima volta una voce propria – magari a partire dalla contrazione di nuovi debiti, primo fra tutti quello con William Faulkner, e dalla contemporanea accensione di futuri crediti, come la citatissima apertura del frammento 41: «Il padre Rentería si sarebbe ricordato molti anni dopo della notte in cui la durezza del suo letto lo tenne sveglio e poi lo obbligò a uscire», che è evidente modello per il famoso incipit di Cent’anni di solitudine: «Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio». Con quella voce trovata l’America Latina entra in conversazione con il resto del mondo e a sua volta lo rigenera, lo porta a trovare nuove strade, racconti e nuove voci ancora.

Dalla prefazione di Ernesto Franco

© Giulio Einaudi editore.

Dona Flor e i suoi due mariti è uno dei capolavori di Jorge Amado: la ricchezza verbale, la perfetta architettura narrativa, lo humour e il contagioso amore per la vita sono quelli dei grandi classici della narrativa sudamericana. Nella moltitudine dei personaggi, nel delicato mormorare delle comari, nelle inquietudini di Flor, inseguita dal desiderio, la miseria e la grandezza degli abitanti di Bahia hanno la loro celebrazione.
Il romanzo ruota attorno alla vedovanza di dona Flor e al suo lutto stretto, vissuto nel ricordo di Vadinho. Coglie l’intimità della giovane vedova, il suo riserbo, le sue notti insonni e la sua insoddisfazione. Racconta di come arrivò onorata al suo secondo matrimonio, quando il fardello del defunto cominciava a pesare sulle sue spalle, e di come visse in pace e armonia, senza dispiaceri né soprassalti, col suo bravo secondo marito, nel mondo della farmacologia e della musica. E mentre lei brilla nei salotti e il coro dei vicini le ricorda la sua felicità, Vadinho, nel suo corpo astrale, la visita, la corteggia, le elargisce gioie eccezionali e consigli formidabili.

© Casa Editrice Garzanti

Jorge Amado nasce nel 1912 a Itabuna, nello stato di Bahia, Jorge Amado è stato uno dei più grandi scrittori brasiliani. Costretto all’esilio in Europa nel 1946 a causa della militanza nel partito comunista, rientrò qualche anno dopo a Salvador, dove è morto nel 2001. L’originalissima inventiva e la spiccata capacità di cogliere il carattere magico e visionario della sua terra gli hanno guadagnato l’appellativo di «cantore di Bahia». Tra i suoi romanzi più amati ricordiamo Cacao (1933), Dona Flor e i suoi due mariti (1966), Teresa Batista stanca di guerra (1972). Garzanti ha in catalogo anche I guardiani della notteDue storie del porto di BahiaLa bottega dei miracoliVita e miracoli di Tieta d’AgresteTocaia

© Casa Editrice Garzanti

22 maggio 2026

Roberto AMPUERO

Il Caso Neruda

Garzanti, 2010, pagine 344

Ci sono romanzi capaci di trasportarti in un luogo e in un’epoca con una forza visiva tale da farti sentire l’odore della brezza oceanica e la polvere delle strade. Il caso Neruda di Roberto Ampuero fa esattamente questo: ci spalanca le porte del Cile del 1973, in quei mesi vibranti e tesi che precedono il golpe militare di Pinochet. Ma non lo fa attraverso un pesante trattato storico, bensì regalandoci un’indagine poliziesca atipica, malinconica e profondamente letteraria.
L’intuizione brillante di Ampuero sta nell’accoppiata dei protagonisti. Da una parte abbiamo un Pablo Neruda inedito: anziano, malato di cancro, ritirato nel suo rifugio di Isla Negra, ma ancora mosso da passioni travolgenti e dal bisogno impellente di fare i conti con il proprio passato. Dall’altra c’è Cayetano Brulé, un esule cubano un po’ disilluso che tira a campare a Valparaíso. È proprio il poeta a trasformare questo ragazzo senza bussola in un investigatore privato, e lo fa nell’unico modo possibile per un uomo di lettere: regalandogli un libro di Georges Simenon e dicendogli di imparare dal commissario Maigret.
L’incarico che Neruda gli affida è una missione del cuore: ritrovare Beatriz, un amore misterioso vissuto in Messico molti anni prima. Questa ricerca diventa per Cayetano un passaporto per un viaggio inebriante che tocca l’Avana, Città del Messico e Berlino Est, trasformandolo capitolo dopo capitolo in un vero detective.
La scrittura di Ampuero è un piacere per l’immaginazione. Le descrizioni di Valparaíso, con i suoi cerros (le colline), gli ascensori sgangherati e le case colorate a strapiombo sul mare, sono dei veri e propri quadri che restano impressi nella mente. Anche se la grande Storia – quella drammatica del Cile che sta per perdere la sua democrazia – scorre inesorabile sullo sfondo, il centro della narrazione resta saldamente ancorato alle emozioni dei personaggi. L’ansia politica si mescola all’urgenza personale di un uomo illustre che, prima di morire, vuole riannodare i fili strappati di una vecchia passione.

Recensione a cura di Clarissa de Francisci

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Angie Cruz

Dominicana

Edizioni SOLFERINO, 2020, pagine 384.

Angie Cruz, ispirandosi in gran parte alla storia vera di sua madre, riesce a trasmetterci con rara sensibilità tutto il peso di un “sogno americano” che per molte giovani immigrate si è rivelato essere una vera e propria gabbia. Pagina dopo pagina, si percepisce fisicamente la solitudine di Ana, confinata in un appartamento, alle prese con un marito che confonde il controllo ossessivo con il dovere coniugale. Il romanzo cattura in modo formidabile quello smarrimento fatto di nostalgia per i colori di casa.

Ci sono libri che fin primissime pagine ti trasportano in uno spazio/tempo differenze da quello che ti circonda, e Dominicana di Angie Cruz è decisamente uno di questi. La storia di Ana Canción colpisce dritta allo stomaco: a soli quindici anni si ritrova catapultata dalla calda Repubblica Dominicana a Washington Heights, a New York. Non per scelta, ma per un patto silenzioso imposto dalla sua famiglia, un matrimonio di convenienza con un uomo, Juan, che ha il doppio dei suoi anni e che per lei rappresenta solo un estraneo e una via d’uscita per far emigrare la famiglia.

La vera forza di questo racconto, tuttavia, sta nel modo in cui l’autrice tratteggia la lenta ma inesorabile fioritura della sua protagonista. L’aria inizia a cambiare quando Juan è costretto a tornare nella Repubblica Dominicana per via dei disordini politici del 1965, affidando la moglie al fratello minore César. Con la sua indole solare e diametralmente opposta a quella del marito, César diventa la chiave per Ana di esplorare il mondo. È profondamente emozionante assistere ai suoi piccoli ma rivoluzionari atti di ribellione: l’apprendimento dell’inglese, i primi soldi guadagnati di nascosto vendendo cibo locale, le uscite a Coney Island e la scoperta, travolgente, di poter essere amata per davvero. Ogni sua piccola conquista rappresenta un frammento di identità che prende finalmente forma.

Oltre alle vicende intime della protagonista, Cruz offre uno spaccato crudo e veritiero sulle dinamiche familiari e sociali degli anni Sessanta, mettendo a nudo le insidie del patriarcato. La pressione della madre affinché Ana sopporti i soprusi in silenzio fa riflettere su quanto, per troppo tempo e a ogni latitudine, il sacrificio femminile sia stato considerato l’unica moneta di scambio accettabile per la stabilità economica del nucleo familiare.

Dominicana è un affresco colorato e pulsante di energia. Angie Cruz ci consegna una storia di emancipazione in cui si piange, ci si arrabbia, ma soprattutto si sorride e si fa il tifo per una protagonista capace di trasformare una gabbia in un trampolino di lancio. Un libro che ci ricorda come, a volte, la vera rivoluzione inizi semplicemente imparando a far sentire la propria voce.

Recensione a cura di Clarissa de Francisci

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Cristina Rivera Garza

L’invincibile estate di Liliana

Edizioni SUR, 2023, pagine 324

Cristina Rivera Garza, scrittrice messicana già nota in precedenza per diversi romanzi e saggi, affronta in questo libro un tema molto personale: la storia della breve e intensa vita della sorella Liliana, e del suo assassinio, perpetrato nel 1990 a Città del Messico per mano di un ex-fidanzato.

E’ quindi un testo autobiografico, giustamente coronato col premio Pulitzer nella categoria “memoir”; un omaggio doloroso ma pieno di garbo e tenerezza, testimonianza di un amore sconfinato, ma che ha richiesto ben trent’anni di maturazione perché l’autrice acquisisse gli strumenti, culturali e anche linguistici, per raccontare la storia di Liliana con una visione chiara, lucida e universale.

Quando a 18 anni Liliana lascia la sua città d’origine per frequentare l’Università nella capitale, la giovane, già ricca di entusiasmi e sentimenti durante l’adolescenza, fiorisce e inizia a vivere con intensità tutti i tipi di esperienze: studio, affetti, amicizia, impegno politico, sempre con allegria trascinante, un pungente senso dello humour e la gioia di condividere le cose belle della vita, che siano poesie o birre, risate o sigarette. Tutto ciò ci viene raccontato da un collage originale di testimonianze di amici, ricordi di conversazioni in famiglia e pagine di diario della stessa Liliana.

In parallelo Rivera Garza ci mostra però le falle dell’indipendenza della sorella, che è priva degli strumenti per riconoscere i segnali di allarme nella sistematica manovra di annullamento da parte di Angel, che, confondendo l’amore con il dominio e il possesso, cerca di allontanarla dagli amici, alternando le percosse con le minacce di suicidio. Liliana cerca a più riprese di separarsi definitivamente da lui, senza successo; e Angel, messo di fronte all’impossibilità di riconquistarla, finisce per strangolarla nel sonno.

La tragica storia di Liliana serve a Cristina Rivera Garza anche a raccontare il muro di indifferenza dell’opinione pubblica che, nella Città del Messico del 1990, tendeva a giustificare quelli che ancora non venivano chiamati femminicidi, con formule tipo “la ragazza aveva preso una cattiva strada, si vestiva in modo improprio, non era stata al suo posto”. Ossia, se una donna veniva uccisa se l’era cercata: era colpa sua o della sua famiglia che non l’aveva controllata adeguatamente, con uno schema mentale purtroppo presente anche alle nostre latitudini.

Il romanzo si apre infatti con il flash forward del tentativo, complesso e macchinoso, di entrare in possesso, dopo 30 anni dal fatto, dei documenti processuali relativi all’omicidio di Liliana il cui colpevole accertato era riuscito a scomparire nel nulla e a rimanere quindi impunito, protetto senza dubbio da connivenze grazie a una radicata mentalità maschilista. Ed è proprio in queste faticose peregrinazioni tra uffici pubblici che appare un primo barlume di speranza: nel piccolo gesto di solidarietà di un’impiegata si fa breccia l’idea che forse, seppur lentamente, qualcosa stia cambiando.

E’ inoltre molto delicata e toccante la descrizione del lutto: non siamo soli nel cordoglio, le persone che abbiamo amato in vita sono sempre presenti nei giorni di chi resta.

In sintesi, un racconto intenso, che compone magistralmente l’omaggio gioioso a una giovane vita spezzata con il racconto dell’elaborazione del lutto come sublimazione dell’amore e con l’affresco sociale di un Messico vibrante e lacerato tra sacche di arretratezza e una continua evoluzione, per finire con un messaggio di speranza per molte donne, nate in un ambiente culturalmente ostile, nella lotta per ottenere, finalmente, la loro piena emancipazione.

Recensione a cura di Michela Stama e Carlo Zevi